L’Etna blocca Fontanarossa: il rischio di disagi ora si sposta sugli altri scali siciliani
Il problema non è soltanto ciò che accade a Catania, quando l’Etna torna a emettere cenere e Fontanarossa deve sospendere le operazioni, le conseguenze si propagano rapidamente sull’intero sistema aeroportuale siciliano. E tra gli scali chiamati a gestire le ricadute dell’emergenza c’è anche il Vincenzo Florio di Trapani-Birgi. È questo, nelle prossime ore, uno degli aspetti da tenere sotto osservazione dopo le chiusura e riapertura lampo in nemmeno 24 ore: eventuali dirottamenti verso gli aeroporti alternativi, l’arrivo di passeggeri riprogrammati e la necessità di organizzare trasferimenti via terra potrebbero infatti aumentare la pressione anche sullo scalo trapanese.
La situazione a Catania è tornata critica dopo la breve riapertura di lunedì. Il 29 settembre la società di gestione SAC ha comunicato una nuova sospensione delle operazioni fino alle 15, a causa dell'attività dell'Etna e delle condizioni meteorologiche. Nei giorni precedenti Fontanarossa aveva già attraversato una fase particolarmente complessa: dopo tre giorni consecutivi di sospensione, lo scalo era stato riaperto il 28 settembre con il passaggio dell'allerta aeronautica da rosso ad arancione.
Quando Catania si ferma, il disagio non rimane confinato dentro il terminal etneo. I voli devono essere cancellati, riprogrammati oppure indirizzati verso altri scali. Nei giorni scorsi, tra gli aeroporti coinvolti nella gestione dei collegamenti alternativi sono comparsi anche Trapani, Palermo e Comiso. La Regione Siciliana ha inoltre attivato misure per favorire i trasferimenti dei passeggeri verso Catania.
Per chi atterra lontano dalla destinazione originaria, però, il viaggio non finisce con l'atterraggio.
Comincia un secondo percorso fatto di autobus, automobili, treni, coincidenze da recuperare e tempi di percorrenza che possono diventare difficili da prevedere. Il passeggero che avrebbe dovuto arrivare a Catania si trova così a dover raggiungere la Sicilia orientale partendo da uno scalo distante centinaia di chilometri. Ed è proprio in questo passaggio che il Vincenzo Florio poptrbbe diventare un punto strategico ma anche uno scalo sottoposto a maggiore pressione. L'eventuale aumento dei voli dirottati o riprogrammati significherebbe innanzitutto una maggiore presenza di passeggeri da assistere.
A questo si aggiungerebbero le esigenze operative delle compagnie aeree e la necessità di garantire collegamenti terrestri efficienti. Non significa che lo scalo trapanese sia destinato automaticamente al caos. Significa, piuttosto, che un'emergenza prolungata a Catania può trasferire parte della pressione sugli aeroporti alternativi. Un aereo può essere dirottato in pochi minuti. Un passeggero, invece, deve essere trasportato da un aeroporto all'altro, spesso insieme a centinaia di altre persone.
È qui che la distanza tra gli scali siciliani diventa un problema concreto.
I numeri delle ultime giornate raccontano una situazione tutt'altro che marginale. Il 28 settembre sono stati oltre 220 i voli cancellati e 53 quelli dirottati verso altri scali durante la fase più pesante dell'emergenza a Fontanarossa. Nel frattempo sono state predisposte anche misure straordinarie per aumentare la capacità del trasporto terrestre: oltre 5.300 posti aggiuntivi sui treni e più di cento autobus sono stati messi a disposizione per fronteggiare le conseguenze dello stop catanese. Sono numeri che mostrano quanto rapidamente una criticità concentrata su un singolo aeroporto possa trasformarsi in un problema regionale. Ecco perché il Vincenzo Florio e il Falcone Borsellino non possono e non dovrebbero essere considerati soltanto scali alternativi sulla carta.
Se si deve assorbire parte del traffico generato dalle emergenze di Fontanarossa, si deve poter contare su una rete di collegamenti terrestri capace di accompagnare rapidamente i passeggeri verso le loro destinazioni.
L'Etna continuerà naturalmente a rappresentare un elemento strutturale del sistema siciliano. La cenere vulcanica, quando rende incompatibili le condizioni con la sicurezza delle operazioni, impone la sospensione dei voli. Non è una variabile sulla quale la politica o le società aeroportuali possano intervenire.
Il tema è ciò che accade dopo la chiusura: quanto rapidamente vengono informati i passeggeri? Quanto è semplice raggiungere uno scalo alternativo? Quanti autobus possono essere messi a disposizione? Esistono protocolli già pronti per gestire contemporaneamente migliaia di persone? E, soprattutto, gli aeroporti siciliani sono realmente integrati tra loro oppure continuano a funzionare prevalentemente come strutture separate? Sono domande che l'emergenza di questi giorni ripropone con forza.
Il rischio per il Vincenzo Florio e Falcone e Borsellino non è soltanto quello di ritrovarsi improvvisamente con più passeggeri. È anche quello di dover dimostrare, nei fatti, quanto lo scalo sia pronto a svolgere una funzione più ampia all'interno del sistema aeroportuale regionale. Perché quando Fontanarossa si ferma, la Sicilia non può semplicemente spostare gli aerei da una pista all'altra. Deve spostare le persone. E se i collegamenti tra aeroporti, ferrovie e rete stradale non sono sufficientemente rapidi, ogni dirottamento rischia di trasformarsi in una seconda emergenza: quella del trasferimento del passeggero.
L'Etna non può essere programmato. Le alternative, invece, sì.
Ed è proprio sulla capacità di organizzare queste alternative che, nei prossimi giorni, sarà misurata la tenuta dell'intero sistema aeroportuale siciliano.