Agricoltura siciliana, il prodotto svenduto tra il cappio dei brevetti e l'assedio delle calamità
Mentre i palazzi della politica investono milioni in musei dedicati alle glorie granarie del ventennio - 7 milioni per il Museo Nazionale dell'Agricoltura che sorgerà a Rieti per commemorare successi agricoli di 100 anni fa- invece di occuparsi dei problemi moderni, le campagne siciliane combattono una guerra silenziosa e impari. L'illusione della sovranità alimentare si scontra con una realtà amara: le nuove eccellenze che arrivano sulle nostre tavole — dalle mele a polpa rossa ai kiwi gialli, fino ai piccoli frutti — parlano sempre meno italiano e sempre più straniero. Sono frutti di un miglioramento genetico coperto da brevetti esteri, per i quali i nostri produttori pagano royalties pesanti, restando di fatto affittuari in casa propria.
In Sicilia, il dramma è doppio. Da un lato, l'agricoltore si trova stretto nella morsa di un mercato che non controlla, dove il prezzo del prodotto viene deciso altrove. Il risultato? Il prodotto siciliano viene spesso svenduto, con ricavi che non coprono nemmeno i costi di produzione, mentre il valore aggiunto dei brevetti finisce nelle tasche di multinazionali e costruttori stranieri.
A rendere il quadro drammatico si aggiunge la violenza di un clima impazzito. La siccità prolungata sta prosciugando gli invasi e le speranze, trasformando i giardini in deserto. Allo stesso tempo, l'umidità anomala ha scatenato la furia della peronospora, distruggendo interi raccolti e mettendo in ginocchio comparti storici come quello vitivinicolo.
Senza infrastrutture idriche moderne e senza una ricerca scientifica locale capace di creare varietà resistenti a queste specifiche avversità, l'agricoltura siciliana rischia di diventare un ricordo da museo. Non possiamo più permetterci una politica che caccia tweet e risultati prêt-à-porter. Il 2026 deve essere l'anno della svolta.
Le soluzioni concrete per rimettere l'agricoltura siciliana al centro?
Ricerca genetica territoriale, invece di finanziare musei, lo Stato deve investire in centri di ricerca d'eccellenza in Sicilia, dobbiamo creare brevetti nostri, varietà resistenti alla siccità e alle malattie (come la peronospora) che siano di proprietà dei nostri agricoltori; tutela del prezzo e aggregazione, basta con la frammentazione, gli agricoltori devono unirsi in filiere forti per contrastare lo strapotere della grande distribuzione ed evitare la svendita del prodotto sotto costo; Piano Marshall per l'acqua, servono investimenti immediati nel rifacimento delle reti irrigue e nella creazione di micro-invasi aziendali, la lotta alla siccità non si fa con le preghiere, ma con l'ingegneria; certificazioni di origine e valore, ossia valorizzare il "Made in Sicily" non come etichetta nostalgica, ma come marchio di qualità scientifica e sostenibilità ambientale.
L'agricoltura non è il passato da celebrare, è il futuro da costruire. Se non investiamo oggi in scienza e infrastrutture, domani non avremo più terre da coltivare, ma solo deserti da fotografare.