Arrestato dirigente regionale, l'ombra di Messina Denaro sui porti

Redazione Prima Pagina Marsala

L'inchiesta che sta scuotendo il Dipartimento Infrastrutture della Regione Siciliana parte dalle acque di Marinella di Selinunte, ma si estende come una rete fitta su gran parte della costa dell'isola. Al centro dello scandalo c’è il porto della frazione castelvetranese, dove i lavori di dragaggio e bonifica, finanziati con fondi pubblici, sarebbero stati il terreno fertile per un patto corruttivo tra alta burocrazia e Cosa Nostra.

Secondo le indagini della Direzione Distrettuale Antimafia, il dirigente regionale Giancarlo Teresi avrebbe trasformato il suo ufficio in un avamposto al servizio di Carmelo Vetro, indicato dagli inquirenti come il capomafia di Favara. Il meccanismo scoperto dai magistrati era diretto: appalti strategici in cambio di mazzette in contanti. Oltre a Marinella di Selinunte, il sistema avrebbe pilotato interventi nei porti di Scicli-Donnalucata e Terrasini, garantendo alla società "Ansa Ambiente s.r.l." un canale preferenziale per operare indisturbata.

Il paradosso emerso dall'inchiesta è che la ditta, sebbene riconducibile al boss Vetro, riusciva a ottenere lavori delicatissimi sulla gestione dei sedimenti marini nonostante il peso delle interdittive antimafia. Teresi, sfruttando il suo ruolo di vertice, avrebbe permesso al boss — già condannato per mafia e legato a figure storiche del clan di Castelvetrano come Giovanni Filardo, cugino di Matteo Messina Denaro — di aggirare ogni controllo di legalità.

Le consegne di denaro documentate tra marzo e agosto dello scorso anno hanno confermato la sistematicità di questo rapporto. Nell'operazione sono finiti in manette anche Salvatore Vetro, fratello del boss, e l'amministratore formale dell'azienda, Antonio Lombardo, accusati di aver fatto da schermo legale per l'infiltrazione mafiosa.

L’indagine mette in luce come il settore del dragaggio dei porti non fosse solo una fonte di guadagno economico, ma un modo per l'organizzazione criminale di dimostrare il proprio potere all'interno delle istituzioni regionali, piegando la gestione del territorio siciliano agli interessi dei clan.