Marsala: l'ironica e dura replica di Leonardo Agate alla polemica sulla pista ciclabile

Redazione Prima Pagina Marsala

Il dibattito politico a Marsala si accende attorno alla polemica sollevata dall'ex sindaco Alberto Di Girolamo sulla trasformazione di cinquecento metri di pista ciclabile in un parcheggio per auto, a cui fa eco il commento critico di Leonardo Agate.

Riceviamo e pubblichiamo:

C'è un uomo che non si arrende. Mentre il mondo combatte contro guerre, inflazione, cambiamenti climatici e intelligenza artificiale, Alberto Di Girolamo combatte per cinquecento metri di pista ciclabile a Marsala.

Li hanno trasformati in parcheggio. Un sacrilegio.

L'ex sindaco ha preso carta e penna e ha denunciato l'accaduto. E bisogna riconoscergli coerenza affettiva: quella pista è un po' una sua creatura. Magari non è riuscita benissimo, magari ha qualche problema, ma sempre figlia è. Anzi, è lo stesso Di Girolamo a ricordare che fu «realizzata male», che per lunghi tratti era senza cordoli, che in alcuni punti finì praticamente in mezzo alla strada e alle macchine e che risultava «poco utilizzabile per la sua pericolosità».

A questo punto un cittadino semplice potrebbe domandarsi: se era realizzata male, pericolosa e poco utilizzabile, non sarà che quei cinquecento metri trasformati in parcheggio abbiano finalmente trovato una loro vocazione?

No. La pista deve tornare pista. È una questione di principio.

A Marsala ormai la pista ciclabile ha assunto una natura quasi metafisica: non occorre necessariamente che vi passino le biciclette. Deve “esserci”. Come certi monumenti. Nessuno entra nella Piramide di Cheope tutte le mattine, ma nessuno si sognerebbe di trasformarla in autorimessa.

Il problema è che a Marsala, nel frattempo, residenti, turisti e commercianti continuano a nutrire una strana ossessione per i parcheggi. Pretendono addirittura di lasciare l'automobile da qualche parte. Una visione decisamente novecentesca della mobilità. Di Girolamo invece guarda all'Europa. Lo ricorda anche nella sua lettera: nelle città europee si costruiscono sempre nuove piste ciclabili. Ed è vero. A Copenaghen pedalano. Ad Amsterdam pedalano. A Berlino pedalano.

A Marsala siamo ancora nella fase più avanzata del progetto: “costruiamo prima le piste e aspettiamo con fiducia l'arrivo dei ciclisti”. Prima o poi arriveranno. È la programmazione.

Nel frattempo, la pista dello Stagnone ha conosciuto polemiche, code, problemi di circolazione; quella urbana è stata accusata di sottrarre parcheggi e qualcuno ha perfino fotografato ciclisti che, con deplorevole spirito controrivoluzionario, pedalavano sulla strada lasciando libera la pista.

Ma l'ex sindaco non demorde. Adesso chiede anche di collegare la pista esistente con quella dello Stagnone recuperando il progetto di Salina Genna.

Giusto. Quando una cosa funziona male, la prima soluzione che viene in mente è allungarla. È il principio ferroviario applicato alla bicicletta: se il treno deraglia a Castelvetrano, prolunghiamo la linea fino a Palermo.

La parte più bella della lettera è però involontariamente filosofica. Di Girolamo teme che qualcuno possa essersi «alzato la mattina» e avere deciso di trasformare la pista in parcheggio. L'immagine è meravigliosa. Un misterioso dirigente comunale si sveglia, prende il caffè, apre la finestra e dice alla moglie: «Oggi cancello cinquecento metri di pista ciclabile».

«Ma caro, almeno mangia qualcosa».

«Non posso. Devo fare le strisce bianche». E corre in Comune.

Di Girolamo chiede alla nuova sindaca di «ripristinare la legalità e la pista». Le due cose, nella frase, ormai sembrano coincidere.

A Marsala potrebbe dunque nascere un nuovo corpo specializzato della Polizia municipale: “Nucleo tutela piste ciclabili minacciate”. Una pattuglia ogni cinquecento metri. E magari anche un censimento. Non dei chilometri di pista. Dei ciclisti.

Così, quando finalmente ne passa uno, possiamo fermare il traffico, suonare le campane e telefonare all'ex sindaco:

«Dottore, venga subito. Ce n'è uno».

E Di Girolamo, commosso, potrà finalmente rispondere: «Lo sapevo che avevo ragione».

Leonardo Agate