Rosalia Messina Denaro: confermata la condanna per la sorella che ne custodiva segreti e destino
La giustizia siciliana mette un nuovo punto fermo sulla rete di protezione che per trent'anni ha garantito la latitanza di Matteo Messina Denaro. La Corte d’Appello di Palermo ha confermato la condanna a 14 anni di reclusione per Rosalia Messina Denaro, la maggiore delle quattro sorelle del boss di Castelvetrano. La sentenza ribadisce l'impianto accusatorio già emerso nel primo grado del luglio 2024, riconoscendo la donna come una figura organica e consapevole all'interno di Cosa Nostra. Sebbene i magistrati della Procura generale avessero sollecitato una pena più severa pari a 20 anni, i giudici di secondo grado hanno mantenuto la decisione precedente, confermando l'accusa di associazione mafiosa ma respingendo l'aggravante del ruolo direttivo.
Rosalia, moglie del boss di Brancaccio Filippo Guttadauro, non è stata giudicata semplicemente come una parente devota, ma come una vera e propria "alter ego" del fratello. Secondo la ricostruzione dei magistrati, la donna era il perno di un sistema collaudato per la trasmissione dei messaggi e la gestione delle finanze. Era lei a maneggiare il fondo riservato della famiglia, utilizzato sia per sostenere le necessità quotidiane e i lussi del latitante, sia per distribuire risorse a terzi, agendo come una fiduciaria strategica in grado di interpretare ed eseguire le disposizioni che giungevano tramite i celebri pizzini.
Il destino processuale di Rosalia resta indissolubilmente legato a quell'errore fatale che, nel marzo del 2023, portò alla cattura dell'ex primula rossa. Durante un'operazione dei carabinieri del Ros, finalizzata all'installazione di microspie nell'abitazione della donna a Castelvetrano, i militari scoprirono un appunto manoscritto nascosto nell'intercapedine di una sedia da cucina. Quel foglietto, che riportava dettagli minuziosi sulle patologie e sui trattamenti oncologici del fratello, si rivelò essere la chiave di volta dell'intera indagine. Incrociando quelle informazioni cliniche con i database del sistema sanitario nazionale, gli inquirenti riuscirono a dare un nome al volto invisibile del boss, risalendo all'identità di Andrea Bonafede e, infine, alla clinica La Maddalena di Palermo.
Oltre alla pena detentiva, la Corte ha disposto la confisca del denaro sequestrato all'imputata al momento dell'arresto, lasciando alla donna soltanto l'argenteria di famiglia. Questa sentenza chiude un altro capitolo del post-latitanza di Messina Denaro, confermando come la forza del capomafia risiedesse proprio in questo nucleo familiare impermeabile, capace di gestire segreti e potere fino a quando un singolo appunto, conservato per eccesso di cura, non ha fatto crollare l'intero castello di segretezza.