I beneficiari dei centri di Vita del SAI Marsala tessono l’arazzo della pace a Gibellina

Gibellina 2026: i migranti del SAI Marsala ricamano un arazzo di pace al Museo delle Trame per il nuovo sipario del MAC

Redazione Prima Pagina Marsala
Redazione Prima Pagina Marsala
16 Marzo 2026 12:04
I beneficiari dei centri di Vita del SAI Marsala tessono l’arazzo della pace a Gibellina

C’è un filo sottile che unisce le sponde del Mediterraneo, capace di intrecciare il destino di chi arriva con quello di chi accoglie, trasformando storie di viaggio in un’opera d’arte collettiva. Succede a Gibellina, prima Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea 2026, dove la rinascita passa anche dalle mani di chi è in cerca di futuro. In questo clima di ascolto e partecipazione, la Cooperativa Sociale Badia Grande, ente gestore del Progetto SAI Marsala, ha preso parte al laboratorio dell’artista albanese Jonida Xherri, che ha trasformato il Museo delle Trame Mediterranee in un luogo di incontro autentico tra culture e identità diverse.

A partecipare sono stati i beneficiari accolti nei centri di Vita, diretti da Valentina Villabuona e inseriti nel Progetto SAI Marsala, coordinato da Anna Maria Ruggirello. Uomini, donne e bambini provenienti da Venezuela, Mali, Nigeria e Tunisia hanno vissuto un’esperienza capace di intrecciare accoglienza e desiderio di pace in un’unica trama condivisa. Accompagnati dall’équipe multidisciplinare del SAI Marsala — Mariella Benenati, Mariella Marino, Sebastiano Simone e Giusy Leo — sono arrivati al laboratorio portando con sé il peso dei loro viaggi e la speranza di trovare uno spazio in cui sentirsi riconosciuti. Lo hanno trovato in un ambiente capace di accoglierli con naturalezza, dove la parola “accoglienza” si è tradotta in gesti semplici: sedersi accanto, condividere un compito, imparare qualcosa insieme.

All’interno del programma “Portami il futuro”, che animerà la città per tutto l’anno, il Museo delle Trame Mediterranee della Fondazione Orestiadi è diventato il crocevia di un laboratorio in cui migranti e comunità locale hanno lavorato fianco a fianco alla realizzazione di un arazzo di dieci metri per cinque, destinato a diventare il nuovo sipario dell’Auditorium del MAC “Ludovico Corrao”. A guidare ago e filo è stata Jonida Xherri, artista albanese che attraverso il cucito dà vita a opere collettive capaci di raccontare l’incontro tra culture.

Accanto all’artista e al direttore del Museo, Enzo Fiammetta, ha preso parte al laboratorio anche Maria Scavuzzo, presidente della Pro Loco di Vita, contribuendo a rafforzare il dialogo tra istituzioni, territorio e comunità migrante. La sua presenza ha sottolineato l’importanza di un lavoro corale, capace di generare valore sociale oltre che culturale. Nel ritmo lento del lavoro manuale, mentre i fili scorrevano tra le dita, il fenomeno migratorio ha ripreso il suo volto umano: c’era chi ricamava il proprio nome come atto di esistenza, chi scriveva “pace” con la forza di chi l’ha vista negata, chi aggiungeva il nome della propria città d’origine per non perdere il filo della memoria. Ogni tessera era un frammento di storia personale e, allo stesso tempo, un tassello di un mosaico collettivo.

Il grande arazzo, cresciuto come cresce una comunità — con pazienza e ascolto — è stato steso a terra davanti alle 300 tessere che lo compongono. Osservandolo, il direttore Fiammetta ha ricordato le seicento mani che, negli ultimi quindici giorni, hanno lavorato all’unisono, creando un vero alveare umano. In un territorio che porta ancora le cicatrici del terremoto, questo laboratorio ha ricordato che la ricostruzione non riguarda soltanto gli edifici, ma anche le relazioni. E il Progetto SAI Marsala, gestito dalla Cooperativa Sociale Badia Grande, con il suo lavoro quotidiano nei centri di accoglienza, ha dimostrato come l’integrazione possa diventare un atto di pace, capace di generare legami e non soltanto servizi.

Il sipario che presto si alzerà al MAC non sarà soltanto un’opera d’arte: sarà la prova che l’incontro tra culture può generare bellezza, che l’identità può diventare un ponte e che l’immigrazione, quando trova spazi in cui essere vissuta e non temuta, diventa una risorsa per l’intera comunità.

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