Tornerà in aula a settembre il processo che si sta celebrando davanti al Tribunale di Marsala per far luce sulla gestione dei lavori all'interno del Parco archeologico di Selinunte. Oggi, 16 giugno, i giudici hanno disposto il rinvio del dibattimento, che vede sul banco degli imputati l’ex direttore della struttura, il sessantacinquenne Bernardo Agrò, insieme agli imprenditori Vito D’Anna, e Nicolò Castro.
Il collegio giudicante è presieduto dal Presidente Vito Marcello Saladino, con i giudici a latere Giuseppina Montericcio e Francesco Paolo Pizzo. La pubblica accusa è rappresentata dal P.M. Sara Varazzi.
Nelle scorse udienze l’attività dibattimentale si è concentrata in modo particolare sui testimoni citati dall'accusa e sulle deposizioni degli investigatori della Guardia di Finanza. I militari delle Fiamme Gialle hanno ricostruito nei dettagli la genesi dell'inchiesta, illustrando gli esiti delle analisi documentali eseguite sulle procedure di "somma urgenza" utilizzate per l'affidamento dei lavori. Le verifiche sul campo e i riscontri emersi dai tabulati telefonici rappresentano il focus su cui la Procura ha costruito l'impianto accusatorio.
Insieme agli investigatori, i giudici hanno ascoltato diversi tecnici e funzionari della struttura di Selinunte e dei siti collegati, tra cui il Museo del Satiro Danzante di Mazara del Vallo. I dipendenti ed ex collaboratori sono stati escussi per chiarire le dinamiche di gestione interna, i passaggi ritenuti anomali nelle gare d'appalto finite sotto la lente della magistratura e le eventuali pressioni subite. Al centro del dibattimento restano i profili e le posizioni degli imprenditori D'Anna e Castro, i cui rapporti di amicizia con il direttore Agrò costituiscono il nucleo centrale delle contestazioni.
La ricostruzione dei fatti ci riporta alle indagini avviate oltre tre anni fa. Secondo l’ipotesi accusatoria, i lavori venivano sistematicamente affidati a imprese i cui titolari erano legati da stretti vincoli personali con l’allora direttore del Parco. I reati contestati a vario titolo e in concorso sono corruzione, induzione indebita a dare o promettere utilità e falso ideologico in atto pubblico. Inizialmente figurava anche il reato di abuso d’ufficio, un'accusa che è stata successivamente cancellata dal codice penale in seguito all'approvazione del disegno di legge Nordio.
Il quadro investigativo ipotizza che, a fronte dell’assegnazione dei contratti pubblici – gran parte dei quali gestiti con la corsia preferenziale e accelerata della somma urgenza, Agrò avrebbe ottenuto dalle ditte favorite utilità di varia natura. Tra i passaggi più significativi finiti nel mirino della Guardia di Finanza ci sono gli interventi di adeguamento per l'emergenza Covid-19 eseguiti nel Museo del Satiro Danzante nel giugno del 2020, oltre alle opere per la preparazione dell’evento di commemorazione dei coniugi Tusa, organizzato nel dicembre dello stesso anno proprio all’interno dell’area archeologica di Selinunte.
Nel marzo del 2023, a Bernardo Agrò veniva notificata una misura cautelare interdittiva che disponeva la sospensione dall’esercizio del pubblico ufficio. All'epoca dei fatti l'architetto ricopriva il ruolo di direttore del Parco archeologico di Lilybeo-Marsala. Quella misura venne poi revocata circa dieci giorni dopo dal giudice per le indagini preliminari Riccardo Alcamo, in seguito alle dimissioni irrevocabili presentate dal funzionario regionale, “almeno allo stato – scriveva il GIP – è venuto meno il rischio di recidiva”.
Gli imputati sono difesi dagli avvocati Giuseppe Scozzari del Foro di Palermo, Giovanni Miceli del Foro di Marsala, Salvatore Virgone e Gerlando Alonge del Foro di Agrigento.
Il processo riprenderà in autunno per completare l'esame dei testimoni e definire le responsabilità dei tre imputati.