Il recente referendum sulla separazione delle carriere si è concluso con la vittoria del NO, un verdetto che, come ogni espressione della volontà popolare, richiede di essere accettato con rispetto istituzionale. Il voto ha messo fine a una campagna elettorale caratterizzata da un clima di acceso "tifo da stadio", in cui la complessità tecnica del tema è stata spesso oscurata da contrapposizioni emotive. Tuttavia, è fondamentale leggere questo risultato al di fuori di una logica puramente partitica: sebbene la riforma fosse sostenuta dal governo Meloni, l’esito non deve essere interpretato come un voto di sfiducia contro l’operato politico dell’esecutivo, quanto piuttosto come una scelta di merito su un assetto costituzionale delicatissimo.
I sostenitori della riforma hanno puntato tutto sulla necessità di una piena attuazione del principio del "giusto processo". L’idea di fondo è che in un sistema accusatorio moderno, chi accusa (il Pubblico Ministero) e chi giudica non debbano appartenere allo stesso ordine professionale o condividere lo stesso percorso di carriera.
Questa visione sostiene che la separazione non nasca da una sfiducia verso i magistrati, ma dall'esigenza di garantire, anche visivamente, la terzietà del giudice. In questo scenario, il giudice si rafforzerebbe come figura imparziale, equidistante tra accusa e difesa, eliminando ogni possibile sospetto di una "comunanza d'interessi" tra chi indaga e chi emette la sentenza. La riforma veniva dunque presentata come un passo necessario per rendere il sistema più lineare e coerente con la struttura del processo penale.
Sul fronte opposto, le ragioni che hanno portato alla vittoria del NO si sono concentrate sulla difesa dell'unità della magistratura come garanzia di libertà per il cittadino. Chi si è opposto alla riforma ha evidenziato che i veri problemi della giustizia italiana risiedono nella carenza di organico, personale amministrativo e strumenti tecnologici, piuttosto che nell'architettura delle carriere.
Il timore principale è che separare il Pubblico Ministero dal corpo dei giudici possa isolarlo e, nel lungo periodo, sottoporlo indirettamente al controllo del potere esecutivo. Mantenere il PM all'interno della cultura della giurisdizione è visto come un modo per assicurare che chi indaga lo faccia sempre con l'equilibrio e la ricerca della verità tipici del giudice, evitando che diventi un "super-poliziotto" interessato solo a ottenere condanne. La scelta del NO è stata quindi una difesa della Costituzione intesa come un equilibrio da toccare con estrema prudenza.
Superata la fase del confronto ideologico, il dibattito dovrà tornare su binari tecnici per garantire che la giustizia sia non solo efficiente, ma percepita da tutti come realmente imparziale e autonoma.