Antonella Milazzo, componente della direzione regionale del Partito Democratico, interviene con una riflessione profonda sulle ragioni che l'hanno portata a scegliere il "No" nell'ultima consultazione referendaria. Non un voto di pancia, spiega Milazzo, ma una decisione maturata con consapevolezza di fronte a toni politici spesso troppo accesi e alla necessità di preservare il delicato equilibrio dei poteri costituzionali.
Non è stato un voto leggero, né distratto. Non è stato un gesto di pancia, ma di coscienza. E no, non ho alcuna intenzione di trasformarlo in un giudizio su chi ha scelto diversamente. Sarebbe troppo facile, e soprattutto inutile. Ho amici, persone che stimo, che hanno votato sì con convinzione. E so che in quella scelta c’era anche speranza, fiducia, forse persino il desiderio sincero di migliorare qualcosa, asserisce Milazzo.
Il mio no, continua, è nato lentamente. Dalla lettura, dal dubbio, da quella sensazione sottile che ti accompagna quando qualcosa non torna del tutto. Non tanto per ciò che era scritto, ma per ciò che poteva diventare. Per il modo in cui veniva raccontato. Per i toni, soprattutto.Perché le parole contano. E quando diventano urla, quando cercano un nemico invece di un confronto, quando trasformano il dissenso in un bersaglio, allora smettono di essere strumento democratico e diventano altro. Qualcosa che inquieta.
E così, inevitabilmente, quel voto si è trasformato. Da scelta su una proposta specifica a qualcosa di più ampio, più profondo. Un voto politico, nel senso più pieno del termine. Un voto sul clima, sui metodi, sulla visione del potere e dei suoi limiti.
Ho pensato all’equilibrio dei poteri. A quanto sia fragile, anche quando sembra solido. A quanto sia facile alterarlo poco alla volta, senza che ce ne accorgiamo davvero. E ho pensato che certe deleghe non possono essere date alla leggera, non possono essere consegnate “in bianco”, soprattutto quando chi le chiede mostra una visione che fatica a restare dentro i confini della dialettica democratica.Non è stata solo una scelta politica. È stata una scelta di fiducia — o meglio, di cautela. Perché la fiducia, quando è totale e cieca, smette di essere una virtù e diventa un rischio.
E poi c’è stata la paura. Sì, paura. Ma non quella sterile, non quella che paralizza. Una paura lucida, consapevole. La paura di toni troppo accesi, di minacce più o meno velate, di conseguenze che nessuno raccontava davvero fino in fondo. Una paura che, invece di chiudere in casa, ha fatto uscire. Ha portato alle urne.
E forse è proprio questo il punto più bello, quello che resta. Scoprire che le persone hanno ancora gli occhi aperti. Che ascoltano, osservano, riflettono. Che non si accontentano di un titolo, soprattutto quando quel titolo suona come una sentenza già scritta, come una caccia a qualcosa — o qualcuno — da abbattere.
E dentro questo risveglio c’è stata una forza inattesa e luminosa: quella degli under 35. Il loro voto, spesso raccontato come incerto o distante, è stato invece presente, consapevole, determinante. Hanno portato energia, attenzione, senso critico. Hanno dimostrato che non c’è disaffezione quando c’è qualcosa che vale davvero la pena di essere difeso.
Quel segno sulla scheda non era solo un no. Era un confine. Un modo per dire: fermiamoci, ragioniamo ancora. Non corriamo più veloci della nostra democrazia.
E in quel gesto, conclude, semplice ma potentissimo, c’era qualcosa di profondamente vivo. Qualcosa che, nonostante tutto, rassicura.