La I sezione penale della Corte d’Appello di Palermo ha scritto una pagina decisiva nel lungo iter giudiziario scaturito dall'Operazione antimafia "Anno zero". A distanza di un anno dalla pronuncia della Suprema Corte, i giudici d’appello hanno ribaltato la sentenza a carico di Bruno Giacalone, assolvendolo con la formula piena per non aver commesso il fatto.
Il provvedimento giunge in seguito al rinvio disposto dalla Corte di Cassazione nell'aprile 2025. In quella sede, gli giudici avevano confermato il solido impianto accusatorio contro il mandamento del Belìce, ma avevano chiesto un nuovo esame per le posizioni di Giacalone e Gaspare Como. Per l'uomo di Mazara del Vallo, precedentemente condannato a 18 anni di reclusione perché ritenuto sodale del boss Dario Messina, il nuovo giudizio ha accolto integralmente le tesi difensive sostenute dai legali Elisabetta Ascone e Luca Cianferoni.
L'assoluzione assume un rilievo particolare considerando che l'imputato ha già trascorso circa sette anni dietro le sbarre, un periodo di detenzione che oggi, alla luce della nuova sentenza, risulta privo di fondamento giuridico. Nonostante questo clamoroso dietrofront processuale, l'inchiesta "Anno zero" resta un pilastro dell'azione dello Stato contro le reti di fiancheggiatori storicamente legate a Matteo Messina Denaro nei territori di Castelvetrano, Campobello di Mazara e Partanna. Se per la maggior parte dei coinvolti le pene sono ormai definitive, per Giacalone il procedimento si chiude con una totale riabilitazione.