Messina Denaro: chiesti 12 anni per Giovanni Luppino

Non un semplice favoreggiatore, ma un ingranaggio consapevole e attivo all'interno di Cosa Nostra

Redazione Prima Pagina Marsala
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15 Gennaio 2026 17:12
Messina Denaro: chiesti 12 anni per Giovanni Luppino

Non un semplice favoreggiatore, ma un ingranaggio consapevole e attivo all'interno di Cosa Nostra. Con questa convinzione, il sostituto procuratore generale di Palermo, Carlo Marzella, ha formulato oggi una richiesta di condanna a 12 anni di reclusione per Giovanni Luppino, l'imprenditore di Campobello di Mazara arrestato il 16 gennaio 2023 mentre accompagnava Matteo Messina Denaro alla clinica "La Maddalena".

Il cuore del processo d'appello ruota attorno alla qualificazione giuridica del ruolo di Luppino. In primo grado, il Gup aveva ridimensionato l'accusa, condannando l'imputato a 9 anni e 3 mesi per favoreggiamento e procurata inosservanza di pena aggravati.

Tuttavia, la Procura Generale ha ribaltato questa impostazione, tornando a contestare il reato di associazione mafiosa (o, in subordine, il concorso esterno). Secondo l'accusa, il rapporto tra Luppino e l'ex primula rossa di Castelvetrano non era limitato alla logistica degli ultimi giorni, ma si configurava come un inserimento organico nelle dinamiche del clan.

Le indagini condotte dagli inquirenti hanno tracciato un profilo di Luppino ben più profondo di quello di un "autista per caso". Tra gli elementi chiave portati in aula la Gestione della latitanza, insieme ai figli (finiti in manette due anni fa), Luppino avrebbe curato traslochi, spostamenti e la complessa macchina organizzativa necessaria a proteggere il boss; richieste di denaro: secondo l'accusa, l'imprenditore avrebbe agito come "esattore" o intermediario, richiedendo somme di denaro per conto del capomafia; ruolo strategico: La vicinanza al padrino negli ultimi e più delicati momenti della sua vita clinica e clandestina dimostrerebbe una fiducia che, per i magistrati, non può che appartenere a un membro del sodalizio criminale.

La richiesta di aumento della pena riflette la volontà dello Stato di colpire duramente la cosiddetta "rete di protezione" che ha garantito a Messina Denaro trent'anni di latitanza. Se la Corte d'Appello dovesse accogliere la tesi della Procura Generale, verrebbe confermato che la cattura del 16 gennaio non fu solo la fine di un'era per il boss, ma l'inizio dello smantellamento di una struttura logistica ramificata e insospettabile nel territorio trapanese.

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