Dopo quasi otto anni di battaglie legali e sequestri milionari, si chiude definitivamente la vicenda giudiziaria che ha coinvolto Giovanni Franco Becchina. La Corte d’Appello di Palermo ha ribaltato il verdetto di primo grado, revocando integralmente la confisca dei beni che aveva colpito l’antiquario di Castelvetrano, la moglie Ursula Marie Juraschek e le figlie.
Secondo i giudici di secondo grado, non sussiste alcuna sproporzione tra le ricchezze accumulate dalla famiglia e i redditi leciti derivanti da una vita dedicata al commercio internazionale di antichità. Una decisione che, come sottolineato dal collegio difensivo composto dagli avvocati Francesco Bertorotta, Marco Lo Giudice e Giovanni Miceli, restituisce dignità a un uomo che per quasi un decennio è stato indicato come il "tesoriere archeologico" di Cosa Nostra.
Tra i beni che rientrano nella piena disponibilità di Becchina spicca il Palazzo dei Principi Aragona Pignatelli Cortes, il cuore architettonico di Castelvetrano. L'edificio, che ingloba l’antico castello federiciano del XII secolo, era stato il simbolo visibile del maxi-sequestro iniziato nel 2017. Oggi, la restituzione sancisce la fine di quello che la difesa ha sempre definito come un teorema privo di riscontri oggettivi.
L'inchiesta della DDA di Palermo ipotizzava che Becchina avesse finanziato la lunga latitanza di Matteo Messina Denaro attraverso il traffico illecito di reperti e che avesse persino pianificato l'audace furto del Satiro Danzante di Mazara del Vallo. Tuttavia, la Corte ha confermato quanto già emerso parzialmente in primo grado: inattendibilità dei collaboratori, le dichiarazioni dei pentiti sono state giudicate generiche e prive di prove concrete su una reale affiliazione o su favori specifici resi al clan; ieografia dei reperti, gran parte delle opere custodite nei depositi di Basilea non proveniva dal territorio siciliano, ma dall'area della Magna Grecia (Puglia e Campania), spezzando il legame territoriale con la cosca castelvetranese; interessi personali, i giudici hanno stabilito che l’antiquario ha sempre agito per proprio profitto e non come prestanome dell'organizzazione criminale.
La sentenza riabilita la figura professionale di Becchina, che a Basilea, con la sua galleria Antike Kunst Palladion, è stato per decenni un punto di riferimento per i più grandi musei del mondo, dal Louvre al Metropolitan di New York. La sua attività era già stata passata al setaccio negli anni Novanta: all'epoca, le indagini furono archiviate prima da Paolo Borsellino a Marsala e poi dalla Procura di Palermo, non ravvisando prove di legami mafiosi.